Che differenza c’è tra stanze grandi e stanze piccole?

Parlando in termini di influenza della stanza sul suono che vi si propaga all'interno bisogna distinguere gli ambienti in base al loro volume geometrico. Il primo assunto della validità delle teorie di Sabine è infatti che il campo acustico all’interno dell’ambiente sia diffuso: ciò significa che la densità di energia sonora sia uguale in tutto lo spazio considerato e che tutte le direzioni di propagazione siano ugualmente probabili.
Solo così si può dire che il tempo di riverbero è proporzionale al Volume fratto l’area fonoassorbente equivalente (T=0.161*V/A la più famosa formula in acustica architettonica) e si possono applicare gran parte delle analisi derivanti da un' analisi puramente statistica del campo sonoro: tutto ciò in realtà vale solo per ambienti di grandi dimensioni che vengono detti 'Sabiniani' dal nome dello scopritore della suddetta formula.

Le stanze più piccole, come quelle dove viviamo abitualmente, hanno infatti un comportamento deterministico, soprattutto a bassa e media frequenza dove risuonano, con leggi definibili se alcune condizioni sono rispettate con una matematica tradizionale. Il suono ha quindi delle direzioni di propagazione ‘preferenziali’, che non sono più definibili come diffuse e l’energia non è ugualmente distribuita all'interno del volume confinato (si pensi solo al rafforzamento vicino alle pareti per esempio e alla distribuzione delle risonanze). Negli ambienti altamente fonoassorbenti come gli studi musicali e radiofonici, le sale prova e tutte le stanze per la musica, questi fenomeni sono misurabili dagli strumenti e percepibili dal nostro sistema uditivo nelle prime ottave, nei casi peggiori sino all’ottava dei 250 Hz!

La linea di confine tra i due mondi non è ben definita ed è stata studiata da un altro grande acustico del passato recente, dr. Manfred Schroeder. Seguendo i suoi studi pionieristici possiamo dire che per essere considerata grande anche ai 100 Hz, una stanza deve superare almeno i 200/400 metri cubi, ipotizzando dei tempi di riverbero bassi (o meglio, corti) come desiderato dal parlato o dalla musica moderna.

Queste rapide considerazioni fanno intuire come si tratti di due mondi che sono e devono essere studiati e considerati in modo diverso, le misure definite dall’acustica classica (p.e. T60, la chiarezza, C50 o C80, la definizione, lo STI, etc.) sono fondamentali nelle sale da concerto e negli auditoria, ma hanno meno valore nei piccoli ambienti di uso quotidiano e professionale.
In questi ultimi vale di più un’analisi attenta delle risposte all’impulso e delle risposte in frequenza, dell'evoluzione temporale dei decadimenti (con una attenta interpretazione degli algoritmi e delle leggi dell' elaborazione numerica dei dati coinvolti, Fourier diventa inutile in alcuni casi...).
La scienza sta affrontando solo oggi l’argomento per sintetizzare nuovi parametri, meglio legati alla percezione della colorazione dello spettro, come finalmente auspicato da incontri recenti della AES, società internazionale di tecnici e ingegneri specializzati nell'audio e nell'acustica correlata.
L'ing. Rizzi assieme al collegaq Nastasi stanno sviluppando dei metodi di analisi specifici sul mondo speciale delle stanze d'ascolto professionali e di alto livello.